Intervista ad Andy Timmons

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Andy Timmons live @ Musicarte

Andy Timmons live @ Musicarte

Faccio appena in tempo a scendere da un aereo from London to Ancona che mi squilla il telefono. È il mio amico Jonathan: “Tutto pronto per l’intervista. Andy Timmons dovrebbe fare il check per la clinic verso le 2, se vieni alle 2:30 non dovrebbero esserci problemi.”
“Ok.”

L’occasione è quella dell’inaugurazione del nuovo negozio di strumenti musicali Musicarte di Chiaravalle (AN) il cui proprietario Paolo, non contento di aver creato – con i suoi 1000mq – probabilmente lo store di musica più grande delle Marche, si è anche tolto lo sfizio di proporre (a gratis) una clinic con uno dei chitarristi più bravi al mondo. E come dargli torto?

Entro affannato e con un leggero mal di testa, giro l’angolo e vedo il biondo Timmons scherzare con qualcuno dell’entourage già armato della sua signature Ibanez AT300.
A vederlo così in jeans, t-shirt nera e giacchetta blu con bottoni dorati di beatlesiana memoria non sembra nemmeno uno dei chitarristi più bravi al mondo, uno che ha aperto i concerti a gente come i Kiss e Alice Cooper, uno che fa da direttore artistico ai musical di Olivia Newton John, un partecipante del G3 assieme a mostri sacri delle sei corde come Satriani e Vai.
Tutto attorno ad Andy è come pervaso da un’aura di umiltà ed umanità sicuramente non comuni.

Ci presentano e ci trovano un posto dove fare l’intervista. Sin da subito ricorda il mio nome, solitamente molto ostico alla pronuncia di un anglosassone, ed io sin da subito ho la sensazione di fare quattro chiacchiere con un amico piuttosto che con un artista da milioni di dischi venduti e 21 anni di tour mondiali sulle spalle.

FM: Allora Andy com’è essere in Italia? Non è la tua prima volta vero?
AT: No assolutamente! Credo sia l’ottava volta che vengo a suonare qua. La prima fu alla fine degli anni ’90. Poi sono tornato molte volte come in questo caso per fare promozioni Ibanez e Mesa/Boogie. Ogni volta che il mio amico e promoter Riccardo Cappelli mi chiama per venire in questo paese mi sento fortunato. Adoro tutto dal cibo, al vino, al calore del pubblico.

FM: Perciò il pubblico italiano apprezza la tua arte.
AT: Assolutamente. Sembra che voi abbiate una sensibilità naturale per tutto ciò che sia bello e non solo per quanto riguarda la musica; ad esempio oggi ho mangiato un piatto di pennette all’arrabbiata veramente incredibile. Io adoro il cibo piccante e qui nel sud Italia sapete come cucinarlo.

Non mi sembra carino correggerlo su dove esattamente si trovino le Marche e proseguo l’intervista.

FM: Parlando di questo tour italiano, ho visto che fai sia molti concerti che molte clinic. Come prepari i due tipi di spettacolo?
AT: Non credo ci sia molta differenza tra i due. Io non preparo la clinic come una sorta di lezione universitaria anche perchè credo che non ci sia miglior lezione di un esempio. È questo ciò che faccio in entrambi i casi. Poi nella clinic c’è sempre il momento delle domande dal pubblico che trovo molto utile sia che si tratti di giovani che di chitarristi esperti, anche perchè è un occasione di confronto e di crescita non solo per il pubblico ma anche per me.

FM: Ma parlando un po’ d’attualità ho visto che dopo la tua prolifica carriera di musicista fatta anche di grandi collaborazioni hai deciso di fare un tuffo nel passato…
AT: Ohhhh…so a cosa ti riferisci [al suo nuovo album “Andy Timmons Band plays Sgt. Peppers” in uscita il 24 ottobre ndr]. Anzitutto i Beatles sono stati un punti di riferimento per chiunque abbia la mia età.

FM: Anche per la mia ti assicuro.
AT: Sì credo che valga per tutte le generazioni. La loro musica è così gioiosa, anche le canzoni più tristi in realtà lo sono, e poterle ri-registrare è stato un privilegio per me.
Già da un po’ di tempo durante i live suonavo Strawberry Fields Forever, e fu dopo un concerto in Toscana che Riccardo Cappelli mi disse “perchè non fai un intero show con i loro pezzi?”.
La prima reazione fu “è impossibile” ma poi cominciai a pensarci su fino a che non divenne il mio hobby. La domanda costante era “come posso approcciare un arrangiamento così ricco usando solo la mia chitarra?”. È stato difficile ma credo di aver restituito, oltre che le canzoni dei Fab Four, anche l’amore che io provo per quei pezzi.

FM: Adesso capisco il perchè di questa giacca così Beatles…
AT: Sì, l’avevo già comprata al supermercato…non potevo non registrare un album del genere [ride].

FM: E qual’è la tua traccia preferita di Sgt. Peppers?
AT: She’s Leaving Home è un pezzo eccezionalmente sentimentale, ed io, essendo una persona eccezionalmente sentimentale, l’ho sempre adorata. È l’unico pezzo dei Beatles che mi ha sempre fatto piangere.
Paul [McCartney ndr] scrivendola prese molta ispirazione dal cantato di Brian Wilson dei Beach Boys in pezzi come In My Room. Inoltre in tutto Sgt. Peppers le sue linee di basso sono molto influenzate da Wilson.
Quell’album ha sempre significato molto per me. Ricordo che avevo quattro anni quando uscì ed era così incredibilmente diverso da tutti gli altri dischi…e poi i colori erano così sgargianti…girandolo c’era questo rosso così decisamente acceso che rimase impresso nella mia memoria di bambino.
Ed io volevo quel rosso per la copertina della mia versione di Sgt. Peppers; fu così che la primavera scorsa ci trovammo a fare il photo-shooting per il cd in Germania durante il tour e l’albergo che ci ospitava era dello stesso identico rosso acceso che cercavo. Tutto ciò che dovetti fare fu mettermi davanti al muro ed ebbi la copertina rossa dei miei sogni.

L’intervista si ferma un attimo e lui mi accenna, con la chitarra non amplificata, la prima strofa di Whithin You, Without You. Anche senza amplificazione l’effetto è incredibile.
Mi chiedo come diavolo faccia a riprodurre un’intera orchestra di strumenti indiani su una chitarra sola, quando all’improvviso comincia a parlarmi della sua famiglia e di come abbia promesso al figlio di 7 anni di portarlo in Italia il prossimo aprile.

FM: Fai centinaia di concerti all’anno credo sarà abituato a vederti partire, no?
AT: Non so quante date faccio all’anno ma non credo così tante. Proprio da quando ho lui ho rifiutato moltissimi concerti per stare a casa. Non voglio perdermi la crescita di mio figlio e non voglio essere quel tipo di padre che se ne sta sempre via dietro al suo lavoro. Anche in questo tour non rimango lontano per più di due settimane e mezzo.

FM: Accidenti! Non un discorso tipico di una rockstar…
AT: Il termine rockstar non mi è mai piaciuto. Sono più un chitarrista a cui piace proporre la propria arte sul palco. Ai tempi dei Danger Danger [il gruppo metal che lo rese famoso verso la fine degli anni ’80 ndr] era così, ma non ero veramente io.
Suono perchè amo farlo, non per le ragazze, i party o la droga.

FM: Ultima domanda: che tipo di rapporto hai con le giovani generazioni di musicisti e che consiglio daresti a chiunque volesse intraprendere una carriera musicale?
AT: Ogni carriera è difficile, ma su due piedi direi che se non ami veramente la musica non cominciare nemmeno. Io ho cominciato a studiare lo strumento da giovanissimo e ho sempre passato ore ed ore a studiare senza che nessuno mi obbligasse a farlo. Non era un peso e non lo facevo nemmeno immaginandomi tutto quello che poi sarebbe accaduto. Ad un certo punto ho solo pensato a come tirar fuori una professione da questo.
Adesso di aiuti per imparare a suonare ce ne sono molti di tipo visuale: tablature su internet, video tutorial su youtube ecc. ma la musica riguarda le nostre orecchie, non gli occhi. Quindi per imparare il mio consiglio è di cercare di sviluppare al massimo l’udito, perchè è quello lo strumento più importante per ogni musicista.

FM: Vuoi aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
AT: Sì, che credo molto nel progetto di questo nuovo album e spero che possa essere apprezzato appieno. Quella musica era già dentro di me, ho scritto tutti gli arrangiamenti a memoria rispettando al massimo il lavoro originale e aggiungendo qualche minima parte di assolo qua e là. Credo che chiunque conosca bene il materiale dei Beatles possa capire ed apprezzare a fondo il lavoro che c’è stato dietro questo mio disco che considero un’interpretazione dei pezzi dei Fab Four fatta davvero con amore.

Francesco Mandolini

l’articolo appare su melodicrock.it

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