Piccoli giornalisti crescono

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DISCLAIMER: questo post risale al periodo in cui il blog veniva utilizzato come tale e non come portfolio giornalistico del sottoscritto, pertanto non va considerato come esempio delle capacità di fare informazione di chi scrive.

Francesco Mandolini

Scusate l’assenza ma ho avuto molto da fare. Che cosa direte voi? A ben guardare non molto o almeno così sembra.
In realtà la più grande scoperta fatta in queste due settimane è il ronzio costante e incessante che accompagna le giornate di un giornalista; quel continuo domandarsi e domandare, fare attenzione ai particolari, ai profumi, agli odori, ricercare il perchè dietro alle cose e il tornare a casa bestemmiando perchè ci si è scordati di fare la domanda giusta quando se ne aveva l’occasione.
In questo si potrebbero riassumere queste mie ultime due settimane: un primo scontro con quella vita che mi sono scelto e che al momento trovo faticosa, ma incredibilmente entusiasmante al tempo stesso.
Tutti i giornalisti lo dicono e lo hanno sempre detto, tutti hanno avuto crisi di stress, di panico, di vomito e quant’altro, ma quando vedi il tuo nome stampato in inchiostro su quella carta da culo su cui si stampano i giornali tutte le fatiche e i magoni svaniscono.
Quell’inchiostro nero è una droga che dà assuefazione e riempie l’ego.
Al momento qui per me di inchiostri non se ne parla. In compenso ho dovuto svolgere i primi due compiti seri dati dalla scuola che a quell’inchiostro si avvicinano molto: una new story e una review, cioè un articolo di cronaca e una recensione.
Non starò qui a fare il riassunto degli articoli scritti per evitare l’enfiazione dei testicoli di voi lettori, mi soffermo sul tema di quello dei due che mi è riuscito peggio, la new story.
Lo scorso week-end si è tenuto attorno a Russell Square un festival dalle ambizioni multiculturali dal nome Bloomsbury Festival; in sostanza si alternavano in un area molto vasta (da Holborn a King’s Cross) vari spettacoli teatrali, concerti, mostre fotografiche, punti ristoro con artisti locali e provenienti da tutte le parti del mondo.
Camminando per Russell Square, centro attorno a cui ruotava la manifestazione, si veniva colpiti dalla varietà di colori e odori provenienti dai vari stand gastronomici, ognuno con specialità culinarie di diversi paesi, dall’immancabile kebab, alla paella spagnola, a strani piatti thai.
Girato l’angolo più mangereccio della piazza c’era un grande palco dove per tutta la giornata di sabato si sono esibiti gruppi locali e non, specializzati in musiche tradizionali di varie zone del mondo (personalmente mi sono beccato un concerto Uyghur del centro Asia, molto affascinante).
Oltre il palco si potevano vedere le zone dedicate ai bambini, dove però si parlava solo di microbi e prevenzione delle malattie (sempre detto che gli inglesi sono zozzi!), un paio di punti di informazione e il bar chiamato “Festival Bar” cosa che suscitava in me immensa ilarità e sconcerto sul viso di una mia amica spagnola quando cominciavo a cantare “noi volemo andà al festivalbar, perchè c’è il bar, perchè c’è il bar!”.
Canzoni dei Kurnalcool a parte c’era qualcosa che non mi tornava nell’atmosfera del parco. L’organizzazione era impeccabile, decine di luci, decorazioni, sculture in giro, stand bianchissimi e pulitissimi, oltre mille (mille!) volontari che con le loro belle magliette lavoravano al festival come piccole formichine efficienti e diligentissime (una ragazza alla quale avevo fatto alcune domande per l’articolo non la finiva più di ringraziarmi per i quesiti posti), ma…dov’è l’intento di tutto ciò?
Far vedere a Londra, una delle città più multiculturali del mondo, che esistono altre etnie? Penso che questo lo sappiano di già. Cercare di far conoscere meglio tradizioni lontane? Forse, ma magari una festa che in tutto e per tutto è costruita come una sagra non è il modo migliore di diffondere questa conoscenza.
Il vero problema, la cosa che non mi tornava, era la vuotezza della manifestazione in sé. Un bellissimo involucro, che dubito possa essere riproposto in Italia, senza contenuto.
Mi è venuto spontaneo pensare alla “Festa della Castagna” che se non erro dovrebbe svolgersi in questi giorni a Chiaravalle, organizzata da quei vecchi bastardi della pro-loco (ops… ho detto bastardi? Potevo fare molto di peggio) in cui la più grande attrazione sono appunto le castagne cotte in quei calderoni cancerogeni, dove tutto è ben oltre gli standard minimi di igiene consentiti, dove la gente si riscalda con un po’ di vin brulè, dove si fanno quattro chiacchiere tra amici per il corso senza mai entrare in discorsi troppo filosofici o almeno dipende da quanti bicchieri di vino si sono bevuti prima.
È culturale questo? Paradossalmente sì e per capirlo mi ci è voluta Londra. Una cosa semplice e oltremodo ripetitiva come la festa della castagna è il riflesso della società che la produce e quindi anche della sua cultura, la musica uyghur, per quanto stimolante di riflessioni, non è la cultura inglese. Lo diventa se vogliamo forzare la mano sul discorso delle varie etnie presenti nella città ma rimane il fatto che quello proposto era uno scrigno intarsiato d’oro e diamanti senza nessun tesoro al suo interno non perchè gli inglesi non ne possiedano uno (qui si parlava di welfare state e sistema previdenziale quando da noi ancora c’era il feudalesimo…a ben vedere non è che oggi entrambe le cose siano troppo migliorate in Italia) ma perchè all’insegna di un inesplicabile buonismo che sfocia nella pietà del “volemose bene” hanno deciso di rinunciarvi mostrando solamente il lato più ecumenico della loro cultura, facendo addirittura dimenticare ai presenti di averne una.
Francesco
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5 pensieri su “Piccoli giornalisti crescono

  1. >mmm…non mi ritrovo molto d'accordo con te vecchio. Il sistema del multiculturalismo inglese non si basa sul volemose bene, quanto sul "live and let them live". A differenza di quello francese,non vuole che tutti accettino e assorbano la cultura inglese, ma che tutti rispettino le leggi inglesi.Il festival dove c'è musica Uigura è un semplice involucro stereotipato per un inglese -o per noi-, ma è uno stereotipo fondamentale per il cinese uiguro che lontano da casa vede valorizzata una danza che lo rappresenta molto più del fish and chips. Non è importante che piaccia agli altri, ma che lui la veda ballata nella sua nuova patria. E' sfoggiare, sono d'accordo con te: ma non è sfoggiare fine a se stesso. Perchè differentemente dai dervisci rotanti che fanno il giro dei teatri del mondo, qui c'è una comunità dietro che si sente rappresentata nel suo nuovo mondo da un aspetto del suo vecchio mondo. Che poi, per un uiguro, non esiste neanche: non possono mica fare musica tradizionale nella tollerante Cina dei premi Nobel ignari. Indipendentemente dagli uiguri, penso questo: la festa delle castagne (che tu descrivi coi tratti nostalgico-neorealisti tipici di chi è lontano da casa…e ti capisco vecchio) ha senso per i chiaravallesi perchè c'è una comunità dietro che questo cibo lo sente proprio, non tanto per le castagne ma per il valore sociale che ha il pasto in Italia (e come ricordano I Vincisgrassi in una celebre canzone,"Sagra del vino e della castagnaÈ vera cultura solo quanno se magna"). Stessa cosa per le varie manifestazioni delle comunità straniere londinesi: viste tutte insieme sono solo un meltin' pot, ma proprio in quanto tale, e in quanto scollegate ma rispettose l'una dell'altra, rendono la realtà dell'immigrazione inglese molto più concreta di quella italiana (o francese). Dove ormai, se non sai Va Pensiero, non entri. Un abrazaoTommy

  2. >Tommy ti dò ragione su quasi tutti i punti.il fatto è che (cosa che non è scritta sul post) l'organizzazione non coinvolgeva queste minoranze etniche che non sono presenti nemmeno tra la folla.l'unica cosa che ho percepito sia tra gli astanti che tra gli organizzatori era tanto buonismo, quasi come un "se mi faccio vedere qui vuol dire che sto al passo coi tempi" o merdate simili.

  3. >Ovviamente questo dettaglio cambia la prospettiva del racconto. Che la comunità non sia presente nell'organizzazione suona già abbastanza propagandistico, ma che non sia neanche venuta alla festa riporta in effetti ad un tragico ruolo di evento patinato stile Telethon. A meno che, per gli uiguri, la Cina non avesse impedito l'espatrio anche a loro..;)Un abbraccioTommy

  4. >Mando sono assolutamente daccordo con te. Anzi, per il prossimo anno ti invito a una festa che quest'anno hai visto solo di sfuggita (peccato). Il "terranostra" ad Apiro. Li si vede un multiculturalismo vero e non stereotipato, dove per una volta le Culture (quelle con la C maiuscola) si abbracciano(e tu lo sai quanto è difficile da accettare per uno come me che si rifiuta persino di mettere piede in un ristorante cinese,indiano ecc ecc). Per quanto riguarda Chiaravalle… sai molto meglio di me che questa "città" cova un'anima mafiosa e medioevale (nel senso dispregiativo del termine). C'è un signorotto (non facciamo nomi ma ha gli occhiali, i capelli bianchi e la pancia)e tanti vassalli che si inchinano a lui e sono pronti a fare quello che vuole, ossia niente di niente… perchè qui non deve, nè mai dovrà cambiare niente. A ben pensarci Chiaravalle è l'ottimo esempio di quello che è diventata l'Italia (forse è meglio dire che è l'ottimo esempio di ciò sempre stata l'Italia). Comunque sia fatti onore a Londra…CIAOOOO

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